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Caloveto

Arroccato a 375 metri sul livello del mare, Caloveto fu fondato da una colonia di monaci orientali sfuggiti alle persecuzioni iconoclaste, quasi certamente acemeti costantinopolitani (dal greco Acóimetai, cioè “monaci insonni” ispirati dal Santo Alexander Akimetes e divisi in gruppi, che si davano il cambio per cantare i salmi senza interruzione). 

Approdati sulle spiagge ioniche, risalendo il fiume Traes, l’attuale Trionto, si stabilirono in questo luogo, invogliati dalla sua straordinaria posizione geografica. 

Scavando nella roccia una serie di grotte nelle quali svilupparono un’esemplare esperienza di vita monastica dedicata a San Giovanni Calibyta. 

Di quell’insediamento monastico in rupe non rimane alcuna traccia, se non il ricordo nel toponimo Timpa di San Giovanni e l’indicazione delle fonti secondo cui, originariamente di rito greco, ospitò nell’anno 1003 San Bartolomeo da Rossano (autore del Bios di San Nilo), ancora dodicenne, che vi restò per tutto il tempo in cui si perfezionò nello studio dei testi sacri e nella disciplina della vita monastica. Il Monastero “in rupe” fu latinizzato dai Benedettini nel 1237. 

Le grotte, che oggi i calovetesi chiamano al singolare Grotta di San Giovanni,  hanno indotto alcuni studiosi a ritenere che il nome del paese, Caloveto, derivi dal termine Kalubìte: abitanti di capanne, a testimonianza chei monaci italo-greci del X secolo sceglievano zone montuose e a quel tempo del tutto spopolate, per esercitarvi il loro stile di vita incentrato sulla solitudine e sulla contemplazione, esercitandosi nelle tre espressioni della vita monastica: eremitica, lavriotica e cenobitica, praticate negli eremi creati in cavità naturali o escavati dagli stessi monaci in cui si conduceva vita solitaria; nelle laure formate da capanne o da grotte raggruppate intorno ad una chiesetta; nei cenobi, in cui si viveva in comunità. 

Anche San Nilo di Rossano, abbandonato il Monastero di Vallelucio alla ricerca di un luogo più adatto alla perfetta esplicazione della vita monastica e trovatolo a Serperi, presso Gaeta, con i suoi monaci piantò le “tende” che l’agiografo San Bartolomeo chiama kalúbe, cioè “capanne”, tuguri fissati a terra intorno all’oratorio, come erano le antiche laure. 

Nel 1871 Vincenzo Padula, argutamente così scriveva: «Caluvito. Anche di questo paese il nome è l’aggettivo etnico del greco χαλύβη [Kalùbe], il tugurio, il pagliaio. Andare a Caluvito vuol dire andare alla Pagliara.».

Fino a non molti anni addietro, infatti, i pastori locali per proteggersi dalle intemperie e trascorrere la notte nei periodi di permanenza nei pascoli tra i monti, costruivano rifugi chiamati “pagliari”. Il manufatto, assai rudimentale e ormai in disuso, era composto da una base circolare di pietre grezze accatastate, sormontata da una semplice struttura in legno ricoperta di rami di ginestra opportunamente collocati a mo’ di tetto a forma conica.

E’ probabile, quindi, che in origine con il nome Caloveto si volessero indicare  gli  stanziati (dal greco bizantino Kalubìtes, cioè abitante di capanne o forse del Monastero di San Giovanni di Calibita) e che solo successivamente l’appellativo servisse ad identificare il borgo. 

Con i Normanni che infeudarono gran parte della Calabria, e soprattutto con Ruggero II che fu più accondiscendente del padre Roberto il Guiscardo verso l’elemento greco, gli abitanti di Caloveto (inserito nel Giustizierato della valle del Crati) vissero in un clima di tolleranza.

Ma i successori normanno-svevi non seppero arginare lo strapotere dei feudatari, che riuscirono finanche ad orientare le scelte politiche degli Angioini. Carlo d’Angiò, infatti, riconobbe ai feudatari l’autorità di dettare leggi, di imporre tributi, di richiedere prestazioni, di amministrare la giustizia e di costituire milizie. 

Con gli Angioini (che introdussero istituti giuridici sgraditi alla popolazione quali il maggiorascato ed il fedecommesso) vennero ad insediarsi nuovi proprietari e nella seconda metà del ‘300 Caloveto venne distaccata dalla diocesi di Cariati ed inclusa nella circoscrizione di Rossano. 

Di qui in avanti il borgo, inizialmente infeudato ai Sangineto e passato poi ai Santangelo, fu controllato, nel corso dei secoli, da varie casate: dai Ruffo di Montalto, dai Guindazzo (1471), dai Cavaniglia (1480), dai d’Aragona duchi di Montalto (1507-1593), dai Mandatoriccio (1593-1696), dai Sambiase e dai Principi di Campana (1696-1806).

Nel 1799 fu incluso nel Cantone di Cirò, come previsto dall’ordinamento amministrativo del Generale Championnet. 

Per Caloveto l’iter verso l’autonomia amministrativa iniziò nel 1807, allorché venne riconosciuto come “luogo” e inserito nel “Governo” di Cariati. Nel 1811 fu dichiarato Comune e incluso nel Circondario di Cropalati. Retrocesso a frazione di Cropalati nel 1928, fu ricostituito comune autonomo nel 1934.

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